Turandot: l’incompiuta di Puccini, completata da Brockhaus |
Solo parecchi anni dopo il cerchio si è chiuso, quando mio nonno se n’era già andato da tempo, e io frequentavo la biblioteca perché mi piaceva una ragazza del liceo. Ritrovai quella cassetta della Turandot e mi accorsi che era una registrazione fatta a San Francisco il 4 novembre 1977: Luciano Pavarotti debuttava nel ruolo di Calaf e Montserrat Caballe in quello di Turandot. La Turandot è forse l’opera più misteriosa e affascinante della produzione italiana dell’Otto-novecento. È un ineguagliato esempio di capolavoro globale, dove struttura musicale e scenica sono al completo servizio della trama e dell’apparato simbolico ad essa sotteso. Puccini sprigiona tutto il suo talento in tre intensissimi atti ambientati in una Cina volutamente indefinita, quasi onirica. Il compositore di Torre del Lago era un toscano che per forza vedeva la Cina attraverso il filtro della sua biografia, della sua cultura e delle sue radici. Per questo la Turandot è un’opera che si presta a spostamenti temporali e non può essere aderente a nessuna realtà specifica. Il primo atto si apre con l’annuncio della decapitazione del principe di Persia, colpevole di non avere risolto gli enigmi proposti da Turandot. La soluzione degli enigmi è condizione necessaria per poter avere la mano della principessa. Sulla scena irrompe Calaf - figlio di Timur, re tartaro spodestato -, assieme alla schiava Liù. Impressionato dalla regale bellezza di Turandot, Calaf decide di tentare la risoluzione dei tre enigmi. Liberatosi di Ping, Pong e Pang, tre ministri del regno che tentano di dissuaderlo, Calaf suona il gong invocando il nome di Turandot.
Nel secondo atto tutto è pronto per il rito dei tre enigmi. L’imperatore Altoum cerca di scoraggiare Calaf, che non ha alcuna intenzione di ritirarsi dalla sfida. Entra la perfida principessa Turandot e giustifica il rito dei tre enigmi irrisolvibili con la sua volontà di non lasciarsi possedere da nessun uomo, per via di un torto ricevuto. Calaf risolve gli enigmi e Turandot supplica il padre di non concederla allo straniero. Il padre non indietreggia e Turandot si promette al vincitore, riluttante e piena d’odio. Per questo Calaf propone a Turandot la libertà, se questa sarà in grado di scoprire il suo nome.
Il terzo atto inizia con un accenno del “Nessun dorma”. È notte e nessuno deve riposare, la principessa ha ordinato di scoprire il nome del principe straniero. Ping, Pong e Pang offrono a Calaf qualsiasi cosa per conoscere il suo nome. Viene poi portata di fronte a Turandot la schiava di Calaf, Liù che subisce ogni genere di torturata senza mai rivelare il nome dello straniero, del quale è segretamente innamorata. Suicidandosi Liù confessa a una stupita Turandot il suo amore per Calaf. Turandot e Calaf rimangono da soli e alle suppliche di lei, Calaf le rivela il suo nome, risparmiandola dalla umiliazione pubblica. A questo punto lei se ne innamora e il giorno dopo, lasciandosi cadere tra le braccia di Calaf, annuncia al popolo di conoscere il nome dello straniero: “Amore”. L'opera è ricordata come l'”incompiuta” a causa della prematura morte di Puccini, avvenuta prima del suo compimento. Origina da una riduzione di Johann Christoph Friedrich von Schiller di una fiaba scritta da Carlo Gozzi, fondatore dell'Accademia dei Granelleschi e inventore della fiaba teatrale. L’ambientazione orientale si deve interamente al Puccini, il quale, com'è noto, era già stato affascinato dall’oriente in precedenza. Il compositore lucchese impiegò infatti almeno dieci melodie giapponesi in Butterfly, ricreandole all’interno del proprio stile, allo scopo di rendere evidente il contrasto fra Ovest e Est su cui ruota l’asse drammatico dell’opera. In Turandot, invece, utilizzò sette temi originali cinesi, badando soprattutto alla coerenza dell’impianto fiabesco.
Il dramma vive quindi nello stile musicale orientale, ed ogni personaggio è materializzazione di quel mondo sonoro. Il percorso creativo che portò Puccini alla realizzazione della Turandot s’interruppe improvvisamente in concomitanza con la morte di Liù, nel terzo atto. A quel punto Puccini interruppe il suo flusso creativo, lasciando ai posteri alcuni bozzetti per un eventuale atto finale, che il maestro non fu mai in grado di scrivere. Fu Arturo Toscanini che convinse l’editore Ricordi ad affidare il finale al giovane compositore Franco Alfano, il quale si trovò con l’impossibile compito di dare un degno seguito all’aria “Nessun dorma”. Il finale di Alfano è quello rappresentato in tutti i teatri del mondo, anche se la frattura tra il terzo atto di Alfano e il lavoro di Puccini è chiara ed evidente. Con Alfano, Turandot diventa molto più ballabile e allegra, a svantaggio del momento drammatico culminato con il suicidio per amore di Liù. Per questo motivo, delle opere pucciniane, Turandot è quella che nel corso degli ultimi cinquant’anni si è meglio prestata ad interpretazioni e soluzioni di regia più o meno innovative ed eccentriche, alla ricerca di una più soddisfacente conclusione.
Tra le tante Turandot, quella di Henning Brockhaus (Teatro Comunale di Bolzano, 18-19 dicembre) è sicuramente tra le più convincenti. La direzione di Brockhaus rinuncia al kolossal esotico per concentrarsi sul dramma psicologico vissuto da Turandot e Liù. La tesi di Brockhaus è che Puccini non sia stato in grado di concludere Turandot perché sconvolto dalla morte della sua serva Doria Manfredi, con la quale, secondo il regista di Plettenberg, il maestro intratteneva una relazione sentimentale.
Il soggetto esotico - ovvero l’ambientazione in Cina - era invece perfetto per sperimentare un messaggio musicale inedito. Turandot non è una donna sottomissibile, ma è orgogliosa e rammaricata per avere perso il suo ruolo di prestigio nella società (nella regia di Brockhaus appare per la prima volta come un’ombra cinese); è un ruolo da soprano con tessitura acuta, mantenuto per tutta l’opera. Come afferma una delle più grandi Turandot della storia, Montserrat Caballe, quando si canta Turandot bisogna fare attenzione a non urlarla. Attraverso una tessitura tra le più complesse scritte per soprano, Puccini dipinge una donna crudele e allo stesso tempo bambina innocente. Nella regia di Brockhaus, per evidenziare l’interruzione del contributo di Puccini, alla morte di Liù il gioco esotico finisce e il palcoscenico ritorna nella sua ambientazione iniziale italiana. I personaggi in scena si tolgono le maschere in segno di profondo rispetto, presi dal lutto. Incomincia la musica di Alfano, Turandot diventa Elvira, Calaf diventa Puccini e il duetto tra i due è un lied matrimoniale. La storia viene esposta e, come detto, nel finale Alfano ammette di non essere stato in grado di completare Turandot, facendo riecheggiare il celeberrimo“Nessun dorma”.
Jimmy Milanese (dettagli) |
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